Il senso dell’Innovazione per la Felicità


Sfogliando l’ultimo numero de L’Espresso mi soffermo a leggere l’intervento di Saviano nella sua rubrica “L’Antitaliano”. Il tema è serio: si può essere felici in Italia, ancora? La domanda atterra inaspettata sulla testa dello scrittore, partita come un missile terra-aria dalla bocca di una ragazza. La stessa che attesa una manciata di secondi, quelli canonici per dare il tempo alle menti altrui di riorganizzarsi dopo una simile bordata, prende atto dell’imbarazzato silenzio, ringrazia, gira i tacchi e se ne va.

Il narratore di Gomorra trova successivamente il bandolo della matassa e indica la via per una risposta efficace nelle pagine del settimanale. La sintesi estrema parte dalla fine della domanda, quel “ancora” che lascia intendere una felicità che di sicuro appartiene ai tempi passati ma, mancata agli ultimi appelli, ora tutti si affannano nel ricercarla. Dunque, la soluzione del caso va ricercata nelle differenze tra “ieri” e “oggi”: cos’è cambiato nel frattempo? Saviano indica il percorso verso la risposta in questo modo: “Si vive per il momento presente, che non è una conquista se si è persa la possibilità di sognare, di vagheggiare un futuro diverso, non privo di sacrifici, non certo facile, ma di crescita”.

In buona sostanza, ciò che è cambiato tra passato recente e futuro prossimo è la capacità di sognare. Una capacità che si basa sulla possibilità di comprendere il presente per immaginare, e costruire, il futuro.

Totalmente d’accordo: buona parte dei “mal di pancia” di cui soffre oggi il Pianeta è provocato dalla difficoltà di guardare all’orizzonte, capirlo e intravvedere un ruolo per noi stessi in quel disegno. Qualcuno la chiama “costruzione di un progetto di vita”. Ecco cos’è cambiato.

Le successive domande e risposte, penso, stanno più nelle corde di antropologi e sociologi che in un semplice ragionamento filosofico. Ma sono anche convinto che in questo assunto, la diffusa incapacità di sognare un futuro, trovi un ruolo rilevante l’Innovazione tecnologica.

Messasi a correre come un ciclista in fuga dal gruppo, negli ultimi anni ha accumulato un discreto distacco nei confronti della percezione che ne ha l’opinione pubblica. Ammettiamolo: è diventato difficile per molti capire l’attuale enorme portata della trasformazione digitale, del cloud, del cognitive computing, dell’intelligenza artificiale. Eppure si tratta delle porte attraverso le quali far passare la nostra immaginazione per un domani tutto da costruire con il contributo di tutti. E come si può sognarlo senza comprendere il presente? Il rischio che corriamo è che se non si comprende la reale portata dell’Innovazione si finisca per ignorarla o, ancor peggio, temerla. Questo è il motivo che ha portato David Kenny, Senior Vice President per Watson e Cloud in IBM, a scrivere una lettera al Congresso USA per esortarlo a riflettere sulla portata dell’intelligenza artificiale. Perché l’ignoranza non sia il terreno in cui far germogliare i nostri sogni sul domani.

Ma c’è anche un ruolo etico che sento la necessità di far mio nel guidare la comunicazione di IBM in Italia: la missione da compiere è quella di rendere popolare e facilmente comprensibile la tecnologia. Contribuire a renderla, cioè, più vicina alle persone o, come dico io, vicina “al piano strada”.
Sono convinto che oggi abbiamo bisogno di una deontologia per chi parla di Innovazione. Una deontologia che ci induca a semplificarla e farne qualcosa di accessibile.
E’ una vera a propria missione: maturare il senso che l’Innovazione ha per la Felicità.
by Maurizio Decollanz. Powered by Blogger.