Abbiamo realmente compreso la portata della crisi sistemica innescata dal coronavirus?



Abbiamo realmente compreso la portata della crisi sistemica innescata dal coronavirus?
La reazione istintiva di salvare il più alto numero possibile di vite umane ora, potrebbe portarci a catastrofi ben più gravi nell'immediato futuro?

Sono alcune delle domande che ormai da alcuni giorni pongo a me stesso e per le quali cerco risposta consumando avidamente ogni tipo di informazione utile.

Provo a fare una sintesi di quel che vedo sul tavolo:

Letalità e costi del covid-19: le ricerche ad oggi pubblicate attribuiscono al virus la capacità di uccidere tra il 9% e l’11% dei contagiati, mentre l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la stima globalmente al 3,4%. Una media che non tiene conto del fatto che in alcuni Paesi, soprattutto in occidente e in Europa, la popolazione anziana, la più esposta agli effetti letali dell’infezione, supera di gran lunga gli under 18. In Italia, per esempio, gli ultra 65enni sono 13,8 milioni e rappresentano il 22,8% della popolazione totale. Inevitabile, quindi, che in alcune nazioni il tasso di letalità sia più alto. Secondo un recente studio dell’Australian National University, alla fine della pandemia l’Italia conterà 59mila vittime, nella migliore delle ipotesi, o 265mila nella peggiore. Il costo del salvataggio di queste vite umane è misurato dalle previsioni di Confindustria: -6% del PIL, a patto che entro fine maggio riprenda almeno il 90% delle attività economiche, ovvero 128miliardi di euro circa. Se invece avesse ragione Unicredit, che prevede un calo del 15% del PIL, l’ammontare salirebbe a circa 320miliardi di euro. La somma che oltre 200 imprenditori italiani stanno chiedendo al Governo Conte di mettere in campo indipendentemente da ciò che l’Unione europea deciderà di fare. L’Economist esegue un calcolo scioccante per gli Stati Uniti: per salvare 1milione di vite umane, l’America dovrà indebitare ogni famiglia per 60mila dollari circa. Denaro che le generazioni future si dovranno impegnare a restituire. In un’economia che potrebbe restare definitivamente compromessa dalle attuali misure adottate per il contenimento dei contagi.

I rimedi contro il covid-19: semplicemente non ne abbiamo. Almeno ufficialmente. L’unico strumento che i Governi delle nazioni più colpite hanno potuto, o saputo, porre in essere sono quelle dell’isolamento sociale, il lockdown, e della chiusura di ogni produzione non essenziale alla sopravvivenza della popolazione. Ovviamente, in un’economia basata su produzione e consumi, questa strategia è destinata a produrre danni economici proporzionali alla durata del provvedimento. Che altro possiamo attenderci nelle prossime settimane e mesi? Le maggiori speranze vengono riposte in uno o più farmaci già presenti sul mercato che, da soli o in combinazione tra loro, siano capaci di inibire gli effetti più devastanti della malattia. Questo non equivarrebbe ad un vaccino, che ci permetterebbe di chiudere definitivamente questo triste capitolo della storia umana, ma almeno avrebbe l’effetto di svuotare le terapie intensive e ridare alle strutture ospedaliere la possibilità di combattere una battaglia quasi ad armi pari con il virus. Purtroppo, però, allo stato attuale non siamo ancora riusciti ad andare oltre le speranze: non abbiamo ne cura ne vaccino. La strategia, quindi, si concentra fondamentalmente sulla gestione del lockdown a cui affiancare tecnologia in grado di tracciare i contagiati, i guariti e i presunti immuni. Già, presunti: non abbiamo prove scientifiche e definitive che chi abbia superato la malattia sia poi diventato immune al contagio per sé e per gli altri. Quindi, pochi spiragli anche per la riapertura delle attività produttive. Anche le percentuali che vedono difendersi meglio dal contagio donne e popolazione più giovane, non hanno ancora raggiunto il necessario grado di affidabilità. In definitiva, l’unica arma a nostra disposizione contro il covid-19 è quella di restare a casa. Almeno secondo gli scienziati che stanno consigliando i Governi. A rallentare l’arrivo di una soluzione medica, inoltre, c’è il fatto che Cina, Stati Uniti ed Europa sembrano procedere per strade parallele e non abbastanza collaborative. L’unione delle forze darebbe sicuramente frutti migliori e più veloci.

L’Unione europea alla sua prova più difficile: tra passi falsi, inadeguatezza delle misure poste in essere e mancanza di unità tra i Paesi membri, il progetto unionista è chiamato ad affrontare il test più rischioso e difficile dalla sua nascita. Quasi inutile soffermarsi sulla diatriba in corso per quanto riguarda i tecnicismi da utilizzare per arginare la crisi ora e nei mesi a venire. Su tutto, riassume molto bene la situazione una frase pronunciata dalla seconda carica dello Stato italiano, la Presidente del Senato, Elisabetta Casellati, in un’intervista al Corriere della Sera: “O l’Unione europea sarà all’altezza della sfida o avrà totalmente perso la sua ragione d’essere”. Credo che non servano ulteriori parole per descrive il momento.

Deriva totalitarista: a complicare ulteriormente il quadro della situazione, ci si mette la voglia dell’uomo forte nel momento del bisogno. Il popolo impaurito, chiuso in casa e bombardato da cattive notizie, diventa facile preda di chiunque si professi salvatore della patria, avocando a sé pieni poteri. È il caso del Primo Ministro ungherese, Viktor Orbán, che per qualcuno avrebbe compiuto un vero e proprio colpo di stato. “È evidente -scrive Pierre Haski su Internazionale- che il coronavirus rende necessarie misure eccezionali e limitazioni della libertà come il confinamento, la quarantena, la sospensione del parlamento o il divieto di circolare. Oggi accettiamo queste imposizioni perché pensiamo (sappiamo) che sono solo temporanee”. “In Ungheria -prosegue Haski- Viktor Orbán si è fatto attribuire pieni poteri dal parlamento (che controlla) senza specificare alcun limite temporale. Orbán potrà governare per decreti fino a quando vorrà, e potrebbe addirittura abrogare leggi votate dal parlamento. Il primo ministro sarà l’unico a poter stabilire quando queste prerogative non saranno più necessarie”. Non stiamo parlando di un Paese in via di sviluppo, ma di uno dei 27 membri dell’Unione europea. Uno di quei compagni di squadra da cui la Gran Bretagna ha voluto separarsi. Quante possibilità ci sono che l’esempio dell’Ungheria venga seguito da altre nazioni impaurite? Nazioni che non si sentono adeguatamente tutelate e protette da un’Europa latitante? E quali analogie ci sono tra l’esempio Orban e quelli di Vladimir Putin, Xi Jinping e Donald Trump? Di sicuro, tutti questi “uomini forti” stanno gestendo la crisi pandemica influenzati dalla loro stessa personalità e opportunismo politico. Coinciderà con il supremo bene della nazione? Anche tra diversi anni?

In conclusione, oltre a invocare misure economiche senza precedenti da parte dei Governi del Mondo, possibilmente in accordo tra loro, la più grande speranza viene riposta nelle cure mediche: solo l’arrivo di un inibitore degli effetti del virus potrà permetterci di vedere finalmente la luce in fondo al tunnel. 

La speranza è l’ultima a morire.
by Maurizio Decollanz. Powered by Blogger.