Il Sesto potere



Nel 1787, durante una seduta della Camera dei Comuni al Parlamento inglese, il deputato Edmund Burke si rivolse ai cronisti parlamentari e pronunciò un’esclamazione che avrebbe segnato la storia: "Voi siete il quarto potere!". Era la prima volta che all’informazione veniva riconosciuta la facoltà di influenzare le dinamiche di un Paese.

In sociologia, infatti, la comunicazione di massa assume un ruolo chiave nel funzionamento della vita democratica, andandosi ad aggiungere ai tre poteri su cui si basa il funzionamento di uno Stato: legislativo, esecutivo e giudiziario. Dalla separazione e indipendenza di questi poteri, dipende l’essenza stessa della democrazia.

Il quarto potere, quello della carta stampata, venne analizzato scrupolosamente nell’omonimo film di Orson Welles - uno dei migliori lungometraggi nella storia del cinema. In controluce, l’ascesa e la caduta in disgrazia di Charles Foster Kane - editore miliardario americano - il potere della stampa nella comunicazione politica, lo smodato interesse per la vita privata dei personaggi pubblici e la manipolazione della realtà. Il quinto potere, quello di una televisione che ha ormai scalzato il primato dei giornali come fonte dell’informazione, trova invece nel capolavoro di Sidney Lumet - “Network”, del 1976 - il suo censore più spietato. Consiglio vivamente la visione di entrambi i lungometraggi.

Comincia ad essere evidente quanto la commistione tra potere economico e potere mediatico sia in grado di provocare grandi danni al funzionamento di una democrazia. L’opinione pubblica si forma in base ai fatti di cui ha conoscenza e il ruolo dei mass media nella società diventa sempre più ago della bilancia nelle dispute politiche. I mezzi di comunicazione di massa, infatti, informano la collettività sui comportamenti del governo, del parlamento e, in generale, dei loro rappresentanti nelle Istituzioni.

Il controllo politico e l'accentramento dei mezzi di informazione nelle mani di un ristretto gruppo di persone - sempre in base alla sociologia - genera una mancanza di pluralismo che non consente ai cittadini-elettori di avere delle opinioni informate e di attuare delle scelte consapevoli. I mass media, quindi, diventano sempre più la fabbrica del consenso e il terreno della lotta per il potere.

Dopo la carta stampata e la televisione, chi detiene il maggior controllo nella diffusione delle informazioni? Chi ha oggi la capacità di orientare il consenso? Secondo il Censisgli italiani che si informano attraverso internet sono passati dal 45,3% nel 2007 al 79,3% nel 2019. Il sorpasso su stampa e tv si è compiuto. Ma le cifre si appesantiscono ancora di più se si analizza la fascia d’età tra i 14 e 29 anni: internet è al 90,3%, il telefono cellulare all’89,8% e i social media all’86,9%. Le giovani generazioni, ormai, costruiscono le loro opinioni in base a ciò che leggono online. Sui social media. L'Agcom aggiunge un ulteriore tassello: “Gli Italiani accedono all'informazione online prevalentemente attraverso fonti cd. Algoritmiche (in particolare social network e motori di ricerca)”. Ecco chi detiene oggi il sesto potere.

Evoluzione diete mediatiche CENSIS

Secondo la teoria elaborata da Edward S. Herman e Noam Chomsky, rispettivamente economista e teorico della comunicazione, avanzata nel saggio “Manufacturing Consent: the Political Economy of the Mass Media”, i media sono delle imprese che vendono un prodotto (lettori, pubblico e notizie) ad altre imprese (gli inserzionisti pubblicitari) utilizzando cinque “filtri”:

  • la proprietà,
  • gli introiti,
  • le fonti di notizie,
  • la reazione negativa,
  • l'ideologia.
A questi filtri, con la proliferazione esponenziale dei dati e il dominio di social e motori di ricerca, se ne aggiunge un altro: i dati personali. Lo scandalo Cambridge Analytica ne è la prova. Le informazioni su chi siamo, cosa facciamo, quali orientamenti abbiamo, fanno ormai parte del “prodotto” in vendita per il “sesto potere”.

Divide et impera, “dividi e comanda” o “separa e conquista”, è una locuzione latina secondo cui il migliore espediente di una tirannide o di un'autorità qualsiasi per controllare e governare un popolo è dividerlo. Provocando rivalità, fomentando discordie. Il sociologo Georg Simmel dedica buona parte dei suoi studi alle dinamiche che si innescano tra gruppi e comunità che si ingrandiscono. Nella teoria della Triade, Simmel individua tre schemi prevalenti:

  • quello del “mediatore”, quando un terzo non direttamente coinvolto in una disputa, dialogando separatamente in condizioni meno cariche di emotività, è in grado di convincere gli altri a un accordo;
  • quella del “tertius gaudens”, il terzo approfitta per i propri scopi di una divergenza fra gli altri; e, infine,
  • quella del “divide et impera”, quando un terzo fa sorgere o alimenta intenzionalmente una discordia a proprio vantaggio.

Online tendiamo a concentrarci su un numero limitato di fonti e di notizie, quindi abbiamo meno possibilità di modificare le nostre opinioni. Una polarizzazione che contribuisce a incentivare la disinformazione. É quanto emerge da un’analisi dell’equipe di fisici del Laboratory of Computational Social Science (CssLab) all’Istituto di studi avanzati di Lucca e della Sapienza Università di Roma. In sostanza, ognuno di noi tende a concentrarsi su un numero limitato di fonti dell’informazione con cui condividiamo valori e punti di vista. Evitiamo opinioni diverse dalla nostra e anche sui motori di ricerca inseguiamo solo prove che ci diano ragione. E gli algoritmi amplificano all’infinito questa tendenza, proponendoci solo ciò che ci fa piacere. Le teorie più strampalate diventano, quindi, verità. Perché cerchiamo e troviamo solo conferme. Solo altre persone che guardano nella nostra stessa direzione.

Il sesto potere ha portato con sé le più profonde divisioni e spaccature nell’opinione pubblica. Uno, dieci, cento schieramenti. Tutti diversi, l’uno contro l’altro. Per comprendere come non si tratti di pura teoria ma di realtà, basti pensare ai fatti di Capitol Hill lo scorso 6 gennaio. L’assalto al Campidoglio USA è nato e cresciuto attraverso la diffusione di informazioni false sui social networks. Chiamarle teorie complottiste o cospirazioniste è un insulto a chi i complotti e le cospirazioni li ha scovati e svelati veramente, dalle inchieste sul terrorismo eversivo in Italia allo scandalo Watergate in USA. Un’opinione pubblica divisa e litigiosa è più facilmente controllabile. Il modo in cui ci informiamo, ci trasforma in facili prede di manipolazioni e rende profondamente instabile il funzionamento delle democrazie che, invece, avrebbero bisogno dell’alternanza di maggioranze solide e di governabilità.

Ma è tutta colpa degli algoritmi, dei social network e dei motori di ricerca?
Ovviamente no, chi decide veramente siamo noi. Forse non ne siamo pienamente consapevoli, ma educare noi stessi e le giovani generazioni al pluralismo dell’informazione e delle opinioni è la chiave del cambiamento che ci occorre. L’ascolto degli altri, specie di quelli che non la pensano come noi, è un esercizio mentale che è necessario tornare a praticare a scuola, in famiglia, in azienda. La lettura dei quotidiani, quelli veri, per approfondire le notizie senza fermarsi alle poche righe che troviamo online. Imparare a fare sempre una sintesi delle idee, trovando un comun denominatore. Ci sono sempre uno o più punti di contatto anche nelle visioni più diverse: esercitiamoci a partire da quelli per costruire e non distruggere.

Le compagnie tecnologiche sono certamente chiamate alla prova dell’etica, della responsabilità e della maturità. In una recente intervista, Francesca Rossi - IBM global leader per l’etica della AI - affermava: “La fiducia nell’AI deve essere basata su principi quali la non-discriminazione, la trasparenza, la spiegabilità e il rispetto della privacy. In IBM possiamo contare su un comitato per l’etica dell’intelligenza artificiale che ci aiuta a valutare gli aspetti delicati di ogni proposta di prodotto per un cliente: essa deve seguire i principi e le linee guida sull’etica dell’AI che ci siamo dati, tra cui che la raccolta dati avvenga nel rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo, della dignità e della privacy delle persone. Se non è così, noi non partecipiamo e non firmiamo il contratto”.

Come ripeto spesso, il futuro avrà le forme che i pensatori e i costruttori di oggi sapranno dargli.