Rabin non era un sognatore, ma un generale pragmatico che aveva compreso una verità fondamentale: la sicurezza reale di Israele non si sarebbe mai fondata sulla forza delle armi, ma sulla dignità del compromesso politico.
Quella stagione - quella dell'Accordo di Oslo - non è stata
un'illusione. È stata la prova che un'alternativa esiste. Ma il modo in cui
quel percorso è stato sabotato ci lascia una lezione decisiva per il presente.
I nemici del compromesso
A interrompere il processo di
pace non è stata l'incompatibilità tra i due popoli, ma l'azione mirata e
violenta dei rispettivi estremismi, che vedevano nella pace la fine della
propria ragione d'essere.
- L'estremismo
di destra in Israele:
I colpi di pistola sparati a Tel Aviv il 4 novembre 1995 contro Rabin da
un fanatico religioso non colpirono solo un uomo, ma il coraggio di una
nazione. Da quel momento, l'ascesa della destra nazionalista guidata da
Benjamin Netanyahu ha progressivamente smantellato lo spirito di Oslo,
sostituendo la diplomazia con la logica della forza e dell'occupazione.
- Il
fondamentalismo di Hamas:
Sul fronte palestinese, gli attentati suicidi dei gruppi radicali non
hanno colpito solo i civili israeliani, ma hanno scientemente terrorizzato
l'opinione pubblica moderata, fornendo alla destra israeliana l'alibi
perfetto per sostenere che «non esisteva un interlocutore per la pace».
La dinamica degli opposti fanatismi
Gli estremismi si alimentano a
vicenda. L'odio dell'uno diventa la giustificazione dell'altro. Quando la
leadership politica cede al fanatismo religioso, all'etnonazionalismo o al
terrorismo, a pagare il prezzo sono sempre le persone comuni, schiacciate in
una spirale in cui il nemico è necessario per mantenere il potere.
Netanyahu e Hamas rappresentano
le facce di una medaglia che ha rifiutato la politica per abbracciare
l'annientamento reciproco.
Isolare gli estremisti per ritrovare la pace
Cosa ci insegna questa pagina di
storia?
Ci insegna che credere nella
pace oggi non è ingenuo, è un dovere. Ma per renderla possibile occorre avere
il coraggio di affermare una verità scomoda: i fanatismi e chi li alimenta
non sono e non potranno mai portare la pace. Non sono amici dei propri popoli,
ma solo di se stessi.
La pace tra israeliani e palestinesi tornerà a essere possibile solo quando la maggioranza moderata di entrambi i popoli — e la comunità internazionale — troverà la forza di isolare ed escludere i radicali dal tavolo delle decisioni. La vera forza non sta nella violenza cieca, ma nel coraggio politico di sedersi di nuovo di fronte all'altro e costruire un futuro comune.
Nella foto: Oslo, dicembre 1994. Shimon Peres e Yasser Arafat tengono insieme una lavagnetta con la parola "Pace" scritta in inglese, arabo ed ebraico, nei giorni in cui ricevettero il Premio Nobel per la Pace insieme a Yitzhak Rabin. La testimonianza visiva di un momento in cui la diplomazia e il dialogo prevalsero sul conflitto.
